Blue Flower

Adoravi camminare. Quanto camminammo insieme, io bambino e Tu, che lo facevi per motivi che non ho mai capito: è vero, ai nostri tempi tram ed autobus non avevano percorsi ed orari regolari, ci toccava spesso aspettare molto tempo, non avevamo pazienza; né avevamo i soldi dei biglietti per andare e tornare, e così la necessità ci rendeva virtuosi, più virtuosi di quanto non fossimo già, di quanto Tu già eri. Non mi ricordo quando avvenissero le nostre passeggiate, mi ricordo solo che eravamo noi due, non mi riesce neppure di ricordare la presenza di mio fratello, che pure doveva esserci, considerato che io ero bambino e lui aveva due anni meno di me: con chi sarebbe rimasto, con il papà che era sempre al lavoro? Ancora oggi mi muovo a Milano solo a piedi, oggi che i tram passano con estrema regolarità, che le attese si sono molto ridotte, che la metropolitana è diventata capillare, che non mi mancano i pochi Euro per i biglietti. Prendo i mezzi pubblici solo quando sono in compagnia, con qualcuno che non può capire l’amore profondo che nutro per il camminare, questo amore che devo a Te ed al ricordo dei nostri pomeriggi insieme. Ma quando camminavamo insieme, se poi andavo a scuola e dovevo studiare? A quando risalgono i miei ricordi? Quante volte avremo effettivamente camminato insieme? Se la mia infanzia si prolungò più del dovuto, se già adolescente ancora nutrivo pensieri immaturi, sognanti, idealistici, lo devo a Te: i nostri litigi erano frequenti, ma eri Tu a rendere leggere le mie quotidiane fatiche, a Te dedicavo i miei successi, Tu ti complimentavi con me, non altri. Non sono stato il figlio che avresti voluto: troppo serio, troppo duro, un carattere difficile e schivo, avrei voluto dimostrarti più amore, un affetto più spontaneo, ma non sono fatto così, Tu non mi hai fatto così; molto di quello che sento resta nella mia testa e nel mio cuore, la mia forza, quella che appare, è un tormento interiore, segreto, che fa pensare agli stupidi che io sia incapace di soffrire, ma non è così. Ti sei arresa: per questo Ti ho odiata, perché mi era chiaro che avevi deciso di incamminarti verso la fine; nei medici cercavi rimedi ad una condizione senza rimedio, sempre, Tuo eterno errore, hai creduto che qualcuno potesse risolvere i Tuoi problemi, qualcun altro e non Tu; eri Tu, invece, quante volte Te l’ho detto, che avresti dovuto continuare a lottare contro la vita e i suoi attacchi, per rubarle ancora qualche anno buono, per restare più a lungo con me. Hai fatto la fine che non meritavi: ormai vecchia, qualcuno avrebbe dovuto vegliare su di Te, non io, qualcun altro che non seppe farlo; dopo la malattia, dopo l’ospedale, la casa di cura, una fine che non meritavi, là, da sola, abbandonata, chissà di notte cosa avrai pensato, quali timori Ti avranno angosciata, Tu che ormai avevi capito che aspettavi solo di morire. Non sono mai venuto a trovarti: avevo orrore di quel luogo, la Tua morte è un pensiero che ancora oggi non tollero, è troppo grande per me. Ti pensavo spesso sola nel buio della Tua stanza in casa di cura, e il pensiero non mi faceva dormire. Molte volte ho pensato cosa avrei potuto fare di più: non dovevi finire i Tuoi giorni in casa di cura, io non volevo, ma la decisione non è stata mia, qualcun altro ha voluto così, non sono riuscito ad oppormi. Da allora non ho più un fratello e fatico a chiamare padre mio padre. Dopo un anno di agonia Te ne sei andata. La Tua ultima immagine è una foto su una barella, l’ultima volta vigile, il Tuo sguardo verso la camera era un misto di stupore ed orrore per la fine ormai prossima. Gli ultimi mesi li hai passati ormai incapace di muoverti e di usare gambe e braccia. Tu che mi avevi insegnato ad amare percorrere la strada con le mie gambe, Tu che amavi camminare per Milano, anche da sola, chissà per quale motivo andavi in giro, chissà dove andavi poi, quando io, cresciuto, non Ti accompagnavo più. Non Ti meritavi la fine che Ti è toccata.